Il rosso e il blu: il sublime kantiano
La vita riserva sensazioni contrastanti. Talvolta, esse possono essere espresse da individui che incarnano un medesimo ruolo, che presentano un’asimmetria caratteriale o di età, che interpretano la loro professione con paradigmi diametralmente opposti
Nel 2012 il film “Il rosso e il blu” volle rappresentare un anno scolastico difficile, soprattutto nella dicotomia tra l’entusiasmo di un giovane insegnate di lettere a tempo determinato e il canto del cigno di un attempato docente di storia dell’arte, il professor Fiorito.
Questi non ha mai smesso di amare il proprio lavoro. Tuttavia è oramai stanco del conflitto coi genitori agli incontri scuola famiglia, della burocrazia legata ai voti e di una didattica fatta di manuali, programmi e contenuti. Quell’incredibile energia che viene dal cuore di chi ha tenuto una lezione su un argomento che ama, torna ad essere emanata dalle parole del professor Fiorito. L’invito è quello a chiudere i quaderni e a dimenticare date e riferimenti nozionistici.

Nello scorgere la riconoscenza tra gli occhi di una sua ex alunna che entra in classe e si siede tra i banchi, la sua spontanea capacità di teoresi si spinge in un discorso sull’arte e sulla natura. In queste due dimensioni, c’è qualcosa che è motivo di turbamento, ma allo stesso tempo rassicurante. Sulla lavagna s’intravede un testo che contiene delle parole chiave di una lezione sulle monadi di Leibniz. In realtà dietro a quella che sembra essere un’improvvisazione emotiva trasferita nella dimensione didattica, Fiorito sta descrivendo una famosa disamina di Immanuel Kant sul concetto di sublime, contenuta nella “Critica del Giudizio”.

Questo anziano insegnante parla di armonia e caos, come di elementi dell’animo umano coesistenti. In effetti, per Kant, il sublime è informe e illimitato, come il termine caos che usa Fiorito, ed è allo stesso tempo serena pacificazione del nostro spirito. Su questo punto, Fiorito parla di armonia, termine che Kant, in realtà, associa al bello. In ogni caso, la caratteristica più nota del sublime kantiano è il suo godere di questa sorta di ambiguità, di compresenza, di una sorta di fascino unito ad una repulsione, come di fronte ad una catastrofe naturale o rispetto all’immensamente piccolo e grande che esistono in natura. Il sublime è l’inaspettata coesistenza di essere attirati da ciò che allo stesso tempo ci sgomenta.

Questo meravigliarsi, questo stupirsi, sono due elementi che tanto Kant quanto Fiorito sottolineano come caratteristiche profonde della nostra natura, una disamina che lascia tutti senza parole prima dell’immancabile campanella di fine ora.

PARERGA E PARALIPOMENA
Un termine antico, una sensazione moderna
Parlare di sublime nel mondo antico è possibile solo attraverso il Trattato del sublime, un’opera che vuole indurre il lettore verso una dimensione estatica. Tuttavia, questa trattazione per quanto estremamente lungimirante e di autore anonimo con una diatriba ancora aperta sull’attribuzione della sua paternità, resta confinata nel campo della retorica. In tal senso, l’aspetto estatico è forte ed evidenziabile ma solo in un orizzonte tipico del mondo antico: quello che non perde mai di vista la prospettiva del logos, del trionfo di una pura razionalità, di un attento coinvolgere la ragione come nel fenomeno dell’estasi di Plotino con riferimento all’Uno. Prima della straordinaria e definitiva analisi di Kant sulla definizione di sublime, la modernità ha fatto luce su questa categoria ambigua delle sensazioni umane. Anzitutto il sublime è in sé instabilità, e dunque non può generare dei sentimenti, ma delle momentanee sensazioni. In secondo luogo, sublime è l’immagine di una profonda e nuova riflessione sulla natura e sull’avventurosa azione verso la scoperta dei suoi più reconditi misteri. Si pensi, in tal senso, alla forza distruttiva di un vulcano come il Vesuvio. In esso e negli abitanti dei territori che sono prospicienti al cratere, risiede una profonda attenzione alla questione di una compresenza del terrore di una nuova strage e del fascino di un gigante addormentato che rende fertili e ameni i luoghi attorno al proprio perimetro. Nel 1985 durante una sua visita a Napoli, ospite del gallerista Lucio Amelio, Andy Warhol volle ricostruire quest’apparente contraddizione di Napoli e del suo hinterland attraverso una lettura pop del Vesuvio. Antico e moderno conciliati in un’esplosione di colori.

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Scheda del film

Regia
Giuseppe Piccioni
Titolo originale
Il rosso e il blu
Durata
100 min
Genere
Drammatico, commedia.
Data di uscita
2012
Dettagli dell’opera
Titolo
Vesuvius
Autore
Andy Warhol
Tecnica
Olio supporto
Realizzata nel
1985
Ubicazione

