Luci d’inverno: il silenzio di Dio come nichilismo passivo
La dimensione in cui non vi sono punti di riferimento per molti esseri umani è libertà, per altri, imprigionati nella necessità di avere per forza una fede, è un peso. Quando ciò in cui crediamo vacilla o addirittura crolla, a cosa sarà possibile aggrapparsi con la stessa solidità?
Un piccolo centro in Svezia vede nel suo pastore, Tomas, un punto di riferimento. Poche persone sono presenti alle sue celebrazioni. Märta è stata la sua donna. Lo ama profondamente, ma non è mai stata ricambiata. I coniugi Persson sono tormentati dalle crisi depressive di Jonas, che ha in sua moglie Karin una guida. Algot, il sacrestano, è preso dalle incombenze e dalla preparazione di un rito serale in un altro paesino.

Tutte queste persone hanno qualcosa in comune: hanno perso o stanno per perdere la loro forma di fede, per dirla alla Nietzsche, stanno per approdare alla più negativa forma di nichilismo: quello passivo, generato dall’assenza di un credo vivo e attivo. L’esistenza diventa un trascinarsi, sperando che qualcosa di esterno, tangibile e presente possa nuovamente sollecitare la mente e far battere il cuore. Tomas è vedovo da quattro anni. Ha amato profondamente sua moglie. Ora né il Dio dei cristiani né l’amore di Märta lo coinvolgono. Tormentato dalle sue riflessioni e da una sindrome influenzale, non è che una sorta di attore tanto nella propria vita quanto in quella della comunità in cui vive. Sperava che il ruolo di pastore lo rendesse quantomeno un uomo rispettabile, ma non è più così. Märta è una maestra elementare. Viene da una rigida formazione atea e razionalista. La sua fede? L’amore per Tomas, che non la rende felice, poiché si tratta di energie inutilmente dissipate, di un’altra “fede cieca” come la definirebbe Nietzsche.

Jonas Persson è palesemente spento. Pur avendo un lavoro piacevole ed una partner che ritiene adorabile, lo spaventa a morte la crisi internazionale che vede la Cina come futura nazione leader dell’atomica. Sta meditando un insano gesto che annullerà anche l’unica ragione di vita di sua moglie Karin: il loro matrimonio con tre figli ed un quarto in arrivo.

Algot si è avvicinato al Vangelo come autodidatta. Prima ne era annoiato. Ora ne coglie il profondo senso di sofferenza di Cristo. In un dialogo con padre Tomas, sottolineerà come Gesù abbia sofferto non tanto nelle ore di agonia fisica, quanto nel senso di abbandono profondo, nel “silenzio di Dio”. Prima di spirare ha dichiarato di esser stato abbandonato dal Padre.

Nella dimensione del nichilismo passivo nietzschiano tutto è un peso, non tanto fisico, quanto legato ad un senso di vuoto e di solitudine inappagabile, proprio come quella di Märta, tormentata dai geloni e dalle piaghe: non ha nemmeno il piacere di vedere in Tomas un referente spirituale.
Tutti i protagonisti del film vedono la morte del Dio a cui si erano affidati. Se riuscissero a credere in una nuova verità potrebbero tornare felici. Non sarà proprio un insospettabile senso di incapacità di gestire la propria libertà che li opprime?
PARERGA E PARALIPOMENA
Trasfigurazione
La riflessione finale che il sacrestano Algot propone a padre Tomas è molto significativa: le vere sofferenze di Cristo non sono legate al corpo ed alla sua passione fisica. Quello che più spaventa un attento lettore e interprete del Vangelo è l’impossibilità di trovare conforto nella fede quando tutti ci abbandonano, persino il Padre celeste. Eppure, la tradizione iconografica cristiana evidenzia ben altro. In effetti, il valore di sangue, frustate, chiodi, fratture sembra spaventarci molto di più di una dimensione di vuoto assoluto. Anche a fronte di un supplizio, quello che non vorremmo mai è soffrire fisicamente. La fede cristiana ha una soluzione immediata alla paura collettiva del dolore fisico e della tortura che malattie ed altri esseri umani potrebbero infliggerci: la trasfigurazione. Quando Gesù volle manifestarsi per preannunciare la sua resurrezione, apparve sul Monte Tabor a Pietro, Giacomo e Giovanni senza nemmeno un graffio sul volto. Il messaggio era chiaro: invecchiati, afflitti dalle pene del corpo, rovinati dal logoramento delle carni, polverizzati da secoli di permanenza sottoterra, i corpi dei morti troveranno anche una serenità fisica in Paradiso. Nuovamente giovani e senza alcun segno di sofferenza fisica, tutti saremo trasfigurati se premiati dalla vita eterna di beatitudine che il Cristianesimo promette. Questo premio è suggestivamente rappresentato da Raffaello Sanzio ed è una possibilità di fuga dal nichilismo passivo nell’interpretazione che ne offrì Nietzsche <

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Scheda del film

Regia
Ingmar Bergman
Titolo originale
Nattvardsgästerna
Durata
81 min.
Genere
Drammatico
Data di uscita
1963
Dettagli dell’opera
Titolo
Trasfigurazione
Autore
Raffaello Sanzio
Tecnica
Tempera grassa su tavola
Realizzata nel
1518-1520.
Ubicazione

